24/06/17

Cercare la verità

Le verità come le medicine hanno il sapore cattivo e nessuno vuole prenderle, però fanno bene.
Eduardo De Filippo
Bisogna cercarla la verità cominciando da quella che ci riguarda, da quella che tendiamo a tenerci nascosta perché ci fa male, perché mette a nudo la nostra debolezza, la nostra fragilità, la nostra incapacità a vedere quando sbagliamo o non sappiamo relazionarci agli altri.

Bisogna non avere paura di soffrire. Perché di sofferenza si tratta.
E’ più facile vedere gli errori negli altri che in noi stessi.
E’ più facile difendere le nostre “ragioni” che accogliere quelle degli altri.
Siamo sempre immersi in un mondo dove la prestazione e il successo definiscono il nostro valore, dove l’avere e l’apparire hanno la meglio sull'essere. 

Ma questo non dovrebbe offrirci giustificazioni, perché così facendo ci allontaniamo sempre di più da noi stessi fino al giorno in cui potremmo perderci per sempre.
Vivere è camminare per tentativi ed errori.
Cercare la verità vuol dire navigare controcorrente.

La vera amicizia è in continuo dialogo con l’altro, un dialogo onesto e compassionevole nel vero e bel senso della parola. Non buttare in faccia all'altro “la verità”, ma aiutarlo a camminare verso di essa e aspettandosi che questo faccia l’amico con noi.


Cercare la verità non vuol dire arrivare ad avere certezze, la verità è intessuta di dubbio, dialoga con l’incertezza e la ricerca continua di se stessi e degli altri. La verità è fragile come una piuma al vento difficile da afferrare.

Le parole di Rodotà vivranno dentro di noi

... questa inarrestabile pubblicizzazione degli spazi privati, questa continua esposizione a sguardi ignoti e indesiderati, incide sui comportamenti individuali e sociali. Sapersi scrutati riduce la spontaneità e la libertà. Riducendosi gli spazi liberi dal controllo, si è spinti a chiudersi in casa, e a difendere sempre più ferocemente quest'ultimo spazio privato, peraltro sempre meno al riparo da tecniche di sorveglianza sempre più sofisticate.
Ma se libertà e spontaneità saranno confinate nei nostri spazi rigorosamente privati, saremo portati a considerare lontano e ostile tutto quel che sta nel mondo esterno. Qui può essere il germe di nuovi conflitti, e dunque di una permanente e più radicale insicurezza, che contraddice il più forte argomento addotto per legittimare la sorveglianza, appunto la sua vocazione a produrre sicurezza.
Stefano Rodotà  

23/06/17

I Giusti di J.L.Borges

I Giusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.



J.L.Borges

21/06/17

Difficoltà ad accettare che i diritti umani siano intangibili a prescindere

Una delle acquisizioni più difficili nel campo dei diritti umani riguarda […] la difficoltà ad accettare che i diritti umani siano intangibili a prescindere. Sembra irresistibile, cioè, la tendenza a subordinare la loro tutela ad un giudizio sulla rispettabilità del soggetto i cui diritti sono minacciati.
Quasi che i diritti umani non siano un patrimonio ascritto, ma qualcosa che si debba meritare. Ne deriva una sorta di paradossale rovesciamento: i diritti fondamentali vengono tanto più rigorosamente applicati quanto più i loro titolari sono in grado di rivendicarli e di esercitarli. Mentre dovrebbe essere vero il contrario: sono i soggetti più vulnerabili, e proprio in quanto più vulnerabili, a dover essere tutelati con la massima intransigenza.
Insomma, proprio i diritti più incerti - ovvero quelli di chi di essi ha maggiore bisogno, per le più diverse ragioni - esigono una protezione più ferma, più solida, e senza riserve.
Luigi Manconi - Corpo e Anima 

18/06/17

La poesia venne a cercarmi

Accadde in quell'età... La poesia
venne a cercarmi. Non so da dove
sia uscita, da inverno o fiume.
Non so come né quando,
no, non erano voci, non erano
parole né silenzio,
ma da una strada mi chiamava,
dai rami della notte,
bruscamente fra gli altri,
fra violente fiamme
o ritornando solo,
era lì senza volto
e mi toccava.

Non sapevo che dire, la mia bocca
non sapeva nominare,
i miei occhi erano ciechi,
e qualcosa batteva nel mio cuore,
febbre o ali perdute,
e mi feci da solo,
decifrando 
quella bruciatura,
e scrissi la prima riga incerta,
vaga, senza corpo, pura
sciocchezza,
pura saggezza
di chi non sa nulla, 
e vidi all'improvviso
il cielo
sgranato
e aperto,
pianeti, 
piantagioni palpitanti,
ombra ferita,
crivellata
da frecce, fuoco e fiori,
la notte travolgente, l'universo.

Ed io, minimo essere,
ebbro del grande vuoto
costellato,
a somiglianza, a immagine
del mistero,
mi sentii parte pura
dell'abisso,
ruotai con le stelle,
il mio cuore si sparpagliò nel vento.

Pablo Neruda

16/06/17

Un’immensità vuota, un libro eventuale

La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora.
 
Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri. È una solitudine, la solitudine dell’autore, quella dello scritto. Tanto per cominciare, ti chiedi che cos’era quel silenzio intorno a te e praticamente a ogni passo che fai in una casa, a ogni ora del giorno, sotto tutte le luci, quella di fuori o quella delle lampade accese anche durante il giorno. La solitudine reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto.
 
Trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento di libro, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un’immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell’avventura del libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.
 
Nella vita viene un momento, credo sia fatale, cui non si può sfuggire, in cui si mette tutto in dubbio: il matrimonio, gli amici, soprattutto gli amici della coppia. Non il figlio. Il figlio non è mai messo in dubbio. E il dubbio ci cresce intorno. Questo dubbio è solo, è il dubbio della solitudine, nato dalla solitudine. Si può già dire la parola. Credo che molti non potrebbero sopportare quello che dico, scapperebbero. Forse per questo ogni uomo non è uno scrittore. Ecco la differenza, ecco la verità, nient’altro. Il dubbio, è scrivere. Dunque è anche lo scrittore. E con lo scrittore tutti scrivono, lo si è sempre saputo.
 
Finché c’è il libro che esige di essere terminato, si scrive. Si è costretti a mettersi dalla sua parte. È impossibile buttare un libro per sempre prima che sia completamente scritto, vale a dire: solo e libero da te, che lo hai scritto. È intollerabile quanto un delitto. Non credo a quelli che dicono: “Ho strappato il manoscritto, l’ho gettato”. Non ci credo. O per gli altri non esisteva, ciò che era scritto, o non era un libro. Quando non è un libro, si sa, sempre. Quando non sarà mai un libro, no, non si sa. Mai.
 
Tutto scriveva nella casa quando scrivevo. La scrittura era ovunque.
 
Scrivere comunque, nonostante la disperazione. No: con la disperazione. Quale disperazione, non so darle un nome. Scrivere senza imboccare subito la via che porta allo scritto è pur sempre lavorarlo. E tuttavia si deve accettare questo: lavorare lo “scarto” significa tornare indietro verso un altro libro, verso un altro possibile di quello stesso libro.
 
Quando un libro è terminato, un libro che hai scritto, intendo, non puoi più dire, leggendolo, che è un libro che hai scritto, né quali cose vi siano state scritte, né con quale disperazione o quale felicità, quella di una trovata oppure di un fallimento di tutta te stessa. Perché, alla fine, nel libro non si può vedere niente di simile. La scrittura è in certo qual modo uniforme, placata. Non succede più niente in un libro terminato e distribuito. Esso raggiunge l’innocenza indecifrabile della sua venuta al mondo.
 
Esser soli con il libro non ancora scritto, significa trovarsi ancora nel primo sonno dell’umanità. Significa anche esser soli con la scrittura ancora incolta. Significa tentare di non morirne.
 
Non so che cos’è un libro. Nessuno lo sa, ma si sa quando ce n’è uno. E quando non c’è, si sa, come si sa che si è, non ancora morti.
 
Marguerite Duras, “Scrivere”, Feltrinelli, 1994.

15/06/17

A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.

A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.
Ai pazzi per amore, ai visionari, a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.
Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti.
Agli uomini di cuore, a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.
A tutti quelli che ancora si commuovono.
Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.
A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.
Ai poeti del quotidiano.
Ai “vincibili” dunque, e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.
Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.
A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali, ancora si sente invincibile.
A chi non ha paura di dire quello che pensa.
A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.
A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.
A tutti i cavalieri erranti.
In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene, a tutti i teatranti.

Miguel de Cervantes, “Don Chisciotte”

13/06/17

La Vita è troppo bella per essere insignificante

Ho perdonato errori quasi imperdonabili, ho provato a sostituire persone insostituibili e dimenticato persone indimenticabili. Ho agito per impulso, sono stato deluso dalle persone che non pensavo lo potessero fare, ma anch'io ho deluso. Ho tenuto qualcuno tra le mie braccia per proteggerlo; mi sono fatto amici per l'eternità. Ho riso quando non era necessario, ho amato e sono stato riamato, ma sono stato anche respinto.
Sono stato amato e non ho saputo ricambiare. Ho gridato e saltato per tante gioie, tante. Ho vissuto d'amore e fatto promesse di eternità, ma mi sono bruciato il cuore tante volte! Ho pianto ascoltando la musica o guardando le foto. Ho telefonato solo per ascoltare una voce. Io sono di nuovo innamorato di un sorriso.
Ho di nuovo creduto di morire di nostalgia e... ho avuto paura di perdere qualcuno molto speciale (che ho finito per perdere)... ma sono sopravvissuto! E vivo ancora! E la vita, non mi stanca... e anche tu non dovrai stancartene. Vivi! È veramente buono battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione, perdere con classe e vincere osando, perché il mondo appartiene a chi osa! La Vita è troppo bella per essere insignificante!
Charlie Chaplin

10/06/17

I versi non sono sentimenti, sono esperienza.

Oh, ma con i versi si fa ben poco, quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita […]. 
Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienza. Per un solo verso si devono vedere molte città […].
Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta.
Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.
 R. M. Rilke, I Quaderni di Malte Laurids Brigge

09/06/17

La fretta dell’istante

Aveva ragione il tempo nel condurre la propria ansia
a stabilirsi dove gli piaceva
e nel possedere i suoi rituali e ostilità.

Ora comprendo i suoi ritardi e balbettii
e la sua rapidità nelle scelte azzeccate,
l’ostinazione nel saldare alcune parole a un’estremità dell’infanzia
e altrettante in un angolo di questa roca strada
che tanto assomiglia alla vita, piena di sorprese e di silenzi.

Per questo motivo perdonami per le tante insolite ore,
per convocarti in notti di presagi e rancori
per ammucchiare nello stesso cassetto rovine e fatti quotidiani
tra la stanchezza dei giorni e l’ostinata musica dei silenzi.

Aveva ragione il tempo nel sostenere il proprio ritmo
e la vita di avere i suoi affanni
per starsene qui
con tutta la fretta dell’istante.

Per tale motivo perdonami per le urgenze
per non conoscere la grammatica e le parole di una lingua dimenticata
per aver smarrito taccuini, le chiavi
e la vecchia canzone dai ritmi precisi e cenere
come se nell’ansia del tempo
ciascun giorno, ignorando l’ora,
si perdessero i sogni.

Federico Díaz-Granados,  Bogotá (Colombia) 1974