27/04/17

Gramsci a 80 anni dalla morte

A un certo punto della loro vita storica i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali, cioè i partiti tradizionali in quella data forma organizzativa, con quei determinati uomini che costituiscono, li rappresentano e li dirigono non sono più riconosciuti come propria espressione dalla loro classe o frazione di classe. Quando queste crisi si verificano, la situazione immediata diventa delicata e pericolosa, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all’attività di potenze oscure, rappresentate dagli uomini provvidenziali o carismatici.
Come si formano queste situazioni di contrasto tra "rappresentati e rappresentanti" che dal terreno dei partiti (organizzazioni di partito in senso stretto, campo elettorale-parlamentare, organizzazione giornalistica) si riflettono in tutto l’organismo statale, rafforzando la posizione relativa del potere della burocrazia (civile e militare), dell’alta finanza, della Chiesa, e in generale di tutti gli organismi relativamente indipendenti dalle fluttuazioni dell’opinione pubblica? In ogni paese il processo è diverso, sebbene il contenuto sia lo stesso. E il contenuto è la crisi di egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua gran impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passate di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di "crisi di autorità" e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.
La crisi crea situazioni immediate pericolose, perché i diversi strati della popolazione non possiedono la stessa capacità di orientarsi rapidamente e di riorganizzarsi con lo stesso ritmo. La classe tradizionale dirigente, che ha un numeroso personale addestrato, muta uomini e programmi e riassorbe il controllo che le andava sfuggendo con una celerità maggiore di quanto avvenga nelle classi subalterne; fa magari dei sacrifizi, si espone a un avvenire oscuro con promesse demagogiche, ma mantiene il potere, lo rafforza per il momento e se ne serve per schiacciare l’avversario e disperderne il personale di direzione, che non può essere molto numeroso e molto addestrato. Il passaggio delle truppe di molti partiti sotto la bandiera di un partito unico, che meglio rappresenta e riassume i bisogni dell’intiera classe, è un fenomeno organico e normale, anche se il suo ritmo sia rapidissimo e quasi fulmineo in confronto di tempi tranquilli: rappresenta la fusione di un intero gruppo sociale sotto un’unica direzione ritenuta sola capace di risolvere un problema dominante esistenziale e allontanare un pericolo mortale. Quando la crisi non trova questa soluzione organica, ma quella del capo carismatico, significa che esiste un equilibrio statico (i cui fattori possono essere disparati, ma in cui prevale l’immaturità delle forze progressive); che nessun gruppo, né quello conservativo né quello progressivo, ha la forza della vittoria e che anche il gruppo conservativo ha bisogno di un padrone.
Antonio Gramsci, da "Quaderni dal carcere"

26/04/17

Visitando una mostra...

L’altro giorno sono andata a visitare una mostra di quadri. In genere preferisco girare da sola, ma questa volta ho seguito un gruppo con una guida, una ragazza giovane. Nel gruppo c’erano, oltre agli adulti, diversi bambini e ragazzi, figli dei visitatori. Ho pensato che sarebbe stato difficile interessare persone di tutte le età. Lei ci è riuscita. Ha cominciato a parlare, tono alto, ma tranquillo e pian piano i bambini si sono seduti sul pavimento a guardare quei quadri con un interesse straordinario.

Invitato a guardare un quadro, un ragazzo aveva scambiato un gruppo di pescatori con dei giovani che giocavano a calcio, ma la ragazza non si è scandalizzata, né ha sottolineato subito l'errore, ha saputo, invece, pian piano guidare all'osservazione in un modo molto accattivante anche se erano quadri molto lontani dalla loro realtà. 

Il bello era che anche gli adulti erano diventati curiosi, attenti e si ritrovavano a rispondere come i bambini. La ragazza non aveva un tono “accademico” né tanto meno professionale. Il suo linguaggio era semplice, ma la semplicità non scadeva nella banalità. Infatti, quei quadri grazie alle sue spiegazioni acquistavano un fascino particolare: era come se prendessero vita e guardandoli ognuno di noi poteva rivivere la passione di chi li aveva creati. 

I più piccoli erano come calamitati, osservavano con stupore e meraviglia quello che via via la ragazza li aiutava a vedere: come hanno fatto a dipingere? come hanno fatto a rendere così luminoso il cielo? E l’erba? Doveva essere triste quel signore che ha dipinto quel quadro. Molto triste, anzi disperato. Invece, in questo c’è tanta luce, come ha fatto? Dentro questo quadro c'è il sole... Tante erano le domande che scaturivano da ognuno di loro.
Ad un certo punto la guida ha riso di una battuta del ragazzo più grande, poi lo ha guardato e gli ha detto: sei rimasto male, vero? mi dispiace molto, non dovevo. Il ragazzo che si era fatto in effetti cupo, è tornato a sorridere e a partecipare.  

Ho raccontato questo episodio perché mi sembra un esempio piccolo, ma emblematico di come dovrebbe essere condotta una lezione a scuola. Non dobbiamo, io credo, rinunciare a insegnare qualcosa di importante, ma dobbiamo imparare ad essere coinvolgenti e soprattutto l’insegnamento non dovrebbe calare dall’alto, né tanto meno essere motivo per umiliare chi sbaglia un commento, chi non sa rispondere alle domande, chi è in difficoltà. 

Quando all’inizio della mostra i bambini non sapevano cosa rispondere, era la guida a suggerire e ad aiutarli, fino a quando loro, sentendosi a loro agio e non avendo paura di sbagliare, provavano a dare le loro risposte. Ogni risposta, anche quella apparentemente più strana, aveva una sua logica che puntualmente quella ragazza sapeva cogliere e prendere in considerazione.

Mi sono complimentata con lei; lei con semplicità mi ha risposto: amo quello che faccio, amo l’arte  e amo i bambini e i ragazzi. 

Con queste parole la ragazza ha lanciato un grande messaggio: per saper parlare ai ragazzi di cultura bisogna saper amare non solo la propria materia, ma anche coloro a cui la si insegna. Quella ragazza non ha trovato davanti a sé, bambini, ragazzi già preparati all'ascolto, erano all'inizio indisciplinati, si spintonavano uno con l'altro e non sembravano aver nessun desiderio di visitare la mostra. Ha saputo catturare la loro attenzione, trattarli con fermezza, ma con rispetto. 

Per me è stata una lezione importante, perché osservare dall'esterno, senza un'implicazione diretta, aiuta a capire quali sono le dinamiche positive o negative che si innestano. La ragazza aveva chiaramente chiaro cosa doveva insegnare, ma lavorava molto sulla relazione soprattutto con i bambini e i ragazzi, parlando ora all'uno ora all'altro. Piccoli gesti significativi che venivano letti da tutti come rispetto, considerazione e attenzione a loro e a ciò che avevano da dire. Chi non parlava, perché intimidito o quant'altro, veniva chiamato o aiutato a dire il suo parere. 

La cultura è molto importante per la crescita e la maturazione dei giovani. Non però una cultura che appare ai loro occhi lontana e morta, puramente nozionista e fredda, ma una cultura che sa rivivere, anche se antica, nel mondo di chi l'accosta e ancora non la conosce e apprezza.

25/04/17

Non bisogna» il vecchio disse «piangere per loro»

Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce.

Giuseppe Ungaretti 

E' così che dovremmo vivere questo giorno. Non come puro momento di commemorazione, ma come momento in cui i nostri occhi si aprono a quella  luce per cui tanti anni fa molti uomini e donne ci regalarono la loro vita. Quella luce rischia di spegnersi ogni giorno, sta a noi tenerla accesa. E' la luce della libertà. 
La libertà è una parola che non ci lascia in pace, è la parola su cui è fondata ogni costituzione veramente democratica. E' una parola che non viaggia mai sola, ma è legata ad altri valori che la costituiscono e la rendono vera come la parola Giustizia, Eguaglianza...
La libertà oggi è una parola abusata, che ha perso il suo splendore, sta a noi riprenderne il senso e la profondità.

"Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo". dice Johann Wolfgang Goethe.

E se vogliamo davvero ritrovare questi valori dobbiamo fare ciò che ci suggerisce Piero Calamandrei
“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”. 
Nel ripercorrere la strada di quegli uomini e di quelle donne sentiremo tanta umiltà e tanta ammirazione per chi ha saputo usare la propria libertà interiore per affermare il diritto per tutti di poterne godere. Loro erano veri uomini e vere donne. Loro hanno indicato un orizzonte, una strada, e oggi dovremmo, almeno per quanto ci riguarda, onorare il loro sacrificio con l'impegno, tenendo in mano quella fiaccola perché non si spenga.

«Non bisogna» il vecchio disse «piangere per loro» «No?» disse Berta. «Non bisogna piangere per nessuna delle cose che oggi accadono». «Non bisogna piangere?». «Se piangiamo accettiamo. Non bisogna accettare». «Gli uomini sono uccisi, e non bisogna piangere?». «Se li piangiamo li perdiamo. Non bisogna perderli». «E non bisogna piangere?». [...] Berta non piangeva sopra i morti, per il sangue loro. Ora lo sapeva. Le veniva da loro, ma non era pietà per loro. Era pietà, o forse disperazione, su se stessa. [...]Aveva rialzato il capo, il pianto si asciugava sulla sua faccia, e rivide nel vecchio gli occhi azzurri. Glieli guardò. «Ma che dobbiamo fare?» gli chiese. «Oh!» il vecchio rispose. «Dobbiamo imparare». «Imparare che cosa?» disse Berta. «Cos'è che insegnano?». «Quello per cui» il vecchio disse «sono morti».
E. Vittorini, Uomini e no, 1945
No, non dobbiamo piangere per loro, perché loro sono stati davvero uomini, dobbiamo piangere noi stessi se lasceremo che il loro sacrificio sia avvenuto in vano.

19/04/17

L’equilibrio fra il che cosa e il come è l’arte dello scrittore (Abraham Yehoshua)

La Lettura di Renoir
Dal momento in cui uno scrive di cose che gli sono successe davvero, entra troppo direttamente nel testo, non lo elabora abbastanza, e corre il rischio di dimenticare che quello che è chiaro per lui, deve esserlo anche per chi legge. Quando le cose sono troppo personali non avviene il transfer attraverso il quale la nostra storia diventa quella in cui il lettore si può identificare.
E’ la differenza fra il diario e la letteratura; il diario lo scriviamo per noi stessi, mentre in letteratura la persona che ci sta davanti, il lettore, deve potersi trasformare in noi. Quando però scriviamo di cose troppo personali, è come se non facessimo passare in modo oggettivo il messaggio attraverso il quale chi legge ci potrà capire.


Secondo me la domanda principale è “come” qualcosa succederà, e non “che cosa” succederà. Riuscire a trattenere l’attenzione di chi legge sul come e non sul cosa è un problema che deve affrontare qualunque scrittore. E’ nei libri gialli che per lo più ci si chiede soprattutto che cosa succederà, ma dopo che si è finito il libro non ci si pensa più, mentre in altri tipi di romanzo si sa già che cosa avverrà e la domanda essenziale verte sul come. E’ lo stesso nella vita reale; nessuno si preoccupa di che cosa faremo a mezzogiorno, perché sappiamo già che andremo a pranzo. Quello che vogliamo sapere del nostro futuro è come sarà. L’equilibrio fra il che cosa e il come è l’arte dello scrittore.

Non insegno a scrivere dall’inizio, ma cerco di dare una visione dall'interno del mestiere letterario. Non insegno scrittura creativa, lavoro con studenti di letteratura e faccio soprattutto lavoro di interpretazione, questo e’ il mio ruolo all'università, fare interpretazione. Attraverso l’interpretazione credo che chi vuol fare lo scrittore possa capire molto.

Abraham Yehoshua, Il lettore allo specchio.

17/04/17

“Come dobbiamo leggere un libro?” Virginia Woolf

Donna che legge, Henri Matisse 1894.
In primo luogo, voglio mettere in rilievo l’interrogativo alla fine del mio titolo. Anche se io potessi rispondere alla domanda, per quanto mi riguarda, questa risposta servirebbe soltanto a me, e non a voi. Infatti il solo consiglio che si può dare sulla lettura è quello di non seguire nessun consiglio, bensì il proprio istinto; fare uso della propria ragione, trarre le proprie conclusioni. Se siamo d’accordo su questo, allora mi sentirò più libera di esprimere qualche idea e suggerimento, sapendo che non nuoceranno a quell'indipendenza che è la qualità più importante del lettore.
Dopo tutto, chi può stabilire delle leggi sui libri? Non c’è dubbio che la battaglia di Waterloo ebbe luogo in un dato giorno; ma si può dire che Amleto sia migliore di Re Lear? Nessuno potrebbe dirlo. Ciascuno deve deciderlo da sé. Riconoscere un’autorità, per quanto grave sia il suo aspetto, sulla nostra biblioteca; lasciarci dire come leggere, che cosa leggere, che valore assegnare a ciò che leggiamo, sarebbe distruggere quello spirito di libertà che è l’essenza di simili santuari. In qualunque altro luogo possiamo essere soggetti a leggi e a convenzioni; ma lì non ce ne sono.
Se mi perdonate tuttavia questo luogo comune, dirò che per godere la libertà bisogna sapere controllarsi. Non dobbiamo scialacquare le nostre forze, disorientati e ignoranti; spruzzare dell’acqua per tutta la casa quando vogliamo innaffiare una sola rosa; dobbiamo piuttosto impiegare quelle forze accuratamente e vigorosamente, nel punto esatto. Questa è forse una delle prime difficoltà in cui ci imbattiamo non appena entrati in una biblioteca. Qual è il “punto esatto”? A prima vista c’è soltanto una confusione, una folla, un mucchio disordinato di libri. Poesie e romanzi, libri di storia e di memorie, vocabolari e diari; libri scritti in tutte le lingue, da uomini e donne di ogni carattere, razza, età, si ammucchiano negli scaffali. E fuori l’asino raglia, le donne chiacchierano presso la fontana, i puledri galoppano per i campi. Da dove cominciare? Come possiamo far ordine in questo affollato caos, per poter trarre da ciò che leggiamo il piacere più profondo e più ampio possibile?
Sarebbe abbastanza semplice dire che poiché i libri si dividono in categorie – romanzi, biografia, poesia – dobbiamo separarli, e prendere di ciascuna categoria ciò che essa può darci. Eppure sono poche le persone che chiedono ai libri ciò che essi ci possono dare. Di solito ci avviciniamo ai libri con confuse e contraddittorie intenzioni; chiediamo al romanzo di essere vero, alla poesia di essere falsa, alla biografia di essere lusinghiera, alla storia di difendere i nostri pregiudizi. Abolire tutti questi preconcetti quando leggiamo, quello sarebbe un ammirevole inizio. Non date ordini al vostro scrittore; cercate di diventare lui stesso. Siate il suo compagno di lavoro e il suo complice..
Se conservate il distacco, e fate le obiezioni e le critiche prima di leggerlo, non siete più in grado di trarre tutto il profitto possibile di ciò che leggete. Ma se aprite al massimo la vostra mente, certi segni e accenni di una sottigliezza quasi impercettibile, fin dalla struttura e dal giro delle prime frasi, vi metteranno in contatto con un essere umano diverso da tutti gli altri. Immergetevi in questa diversità, cercate di conoscerla meglio, e presto scoprirete che il vostro scrittore vi dà, o cerca di darvi, qualcosa di assai più definito. I trentadue capitoli di un romanzo – se consideriamo prima di tutto come dobbiamo leggere un romanzo – sono un tentativo di creare qualcosa di meno congegnata e controllata di un edificio: ma le parole sono più tangibili dei mattoni; leggere è un processo più lungo e complicato di quello di guardare.
Forse la maniera più sbrigativa di riuscire a capire gli elementi di ciò che un romanziere fa o vuol fare è, non appunto leggere, bensì scrivere; sperimentare personalmente i pericoli e le difficoltà delle parole. Ricordate dunque qualche evento che vi abbia lasciato una chiara impressione: forse due persone che parlavano all'angolo della strada. Un albero si scuoteva; un lampione elettrico ballava; il tono della conversazione era comico, ma anche tragico; tutta una visione, una intera concezione, sembra racchiudersi in quel momento.
Ma quando cercate di ricostruirlo con parole, scoprite che si spezza in mille impressioni contraddittorie. Alcune devono essere messe a tacere, altre in risalto; e in questo processo è probabile che l’emozione stessa sfugga completamente al vostro controllo.
 (… ) legge perché uno scopo, per quanto desiderabile, venga raggiunto? Non ci sono forse certe attività che noi svolgiamo perché sono piacevoli in se stesse, non ci sono piaceri senza seconde intenzioni? E non si annovera fra di loro questo della lettura? Io almeno ho a volte sognato che il giorno del Giudizio Universale, quando tutti i grandi condottieri e avvocati e uomini di stato arriveranno in cielo per ricevere le loro ricompense — le loro corone, i loro lauri, i loro nomi indelebilmente incisi sul marmo imperituro — l’onnipotente guarderà San Pietro e gli dirà, non senza traccia di invidia nel vederci arrivare con i nostri libri sotto il braccio: “Questi non hanno bisogno di ricompensa. Qui non abbiamo niente, per loro. Sono quelli che amavano leggere.
Virginia Woolf , "Saggi, prose e racconti", Milano Mondadori, 1998

14/04/17

La sfera affettiva si intreccia con la sfera cognitiva, di questo bisogna tener conto a scuola

Ogni tanto avevo un sogno che mi faceva svegliare. Sognavo che mangiavo qualcosa. Una roba secca e sabbiosa che non riuscivo a inumidire. Mi faceva male ai denti; e non riuscivo più a chiudere la bocca, volevo gridare e chiamare aiuto ma non potevo. E mi svegliavo con la bocca asciutta perché nel sonno l’avevo tenuta aperta. Mi chiedevo se avevo gridato; speravo di no, ma volevo che mamma venisse e mi domandasse se stavo bene e si sedesse sul mio letto.
È il protagonista del libro di Roddy Doyle Paddy Clarke ah ah ah!  a parlare, ma tutti i ragazzi, quando la vita si affaccia come troppo difficile, hanno bisogno che qualcuno si sieda accanto a loro,  chieda semplicemente se stanno bene ed è pronto ad ascoltare. A volte a loro basta questo semplice ma significativo  gesto di attenzione.
Gli insegnanti troppo spesso credono di dover sapere chissà cosa per poter entrare in relazione con i loro allievi e questo è solo un modo per erigere barriere tra noi e loro. Basta abbatterle per modificare le situazioni che ci sembrano più difficili.

In una classe in un'ora di supplenza una ragazza durante una discussione mi ha detto: «Noi capiamo che per i professori insegnare sia solo un lavoro, che abbiano le loro preoccupazioni, la loro famiglia, i loro figli, ma è possibile che noi non contiamo proprio nulla? Eppur viviamo tante ore con loro!».
Al contrario un altro ragazzo ha detto ad una mia collega: «Io da scuola mi porto a casa nuove conoscenze, ma anche tutto l'affetto che ho sentito per me e per i miei compagni».
I ragazzi, se li lasciamo parlare, ce lo dicono continuamente, hanno prima di tutto bisogno di entrare in un ambiente dove trovare persone che sappiano accostarsi a tutti i bambini: stranieri, con disabilità, tranquilli, meno tranquilli, persone che sappiano vederli semplicemente come bambini, senza etichette, bambini da conoscere e da cui farsi conoscere.
A scuola, però, ci si aspetta che l’alunno sappia mettere in funzione la propria intelligenza, la propria capacità di ragionare e di comprendere e raramente queste capacità vengono messe in correlazione col suo vissuto, con il suo stato d’animo, con tutte le altre componenti emotive ed affettive che entrano in campo quando si deve imparare qualcosa. La concezione che la ragione sia una componente umana completamente staccata dalla parte affettiva ed emotiva dell’uomo ha fatto del bambino a scuola un essere «bicefalo».
In realtà, come dice Carotenuto ne "Il tempo delle emozioni", 
La sfera affettiva intreccia una continua relazione e scambio comunicativo con la dimensione più propriamente cognitiva della nostra psiche, ed è da questa dinamica interazionale che scaturisce la soggettività di ogni essere umano, le sue peculiarità psicologiche, il suo modo di essere e di mostrarsi al resto del mondo.
Proprio ieri, Claudia, una mia allieva che frequenta il primo anno del  liceo classico mi è venuta a trovare e tra le tante cose che mi ha raccontato mi ha detto: «È possibile secondo lei, professoressa, che un professore entri in classe, cominci a far lezione senza neanche mai salutarci? Sono cose che fanno passare la voglia di andare a scuola».
Il bisogno di rapporti umani a scuola, dove bambini e ragazzi trascorrono una gran parte del loro tempo-vita, è un bisogno di tutti, anche di chi, come Claudia, ha una vita affettiva e famigliare del tutto soddisfacente. Tanto più questo rapporto sarà importante  per ragazzi che hanno alle spalle vite difficili e traumatiche.

Il processo di apprendimento, infatti, è un processo circolare. Se si tiene conto della sfera affettiva migliorerà l'apprendimento, se il bambino sarà in grado di apprendere potrà sciogliere dei nodi che bloccavano la propria sfera emotiva: attraverso l'apprendimento il bambino imparerà a controllare le proprie emozioni e a incanalare le proprie angosce.

13/04/17

Le azalee, un dono a mia mamma

Le azalee sono state davvero splendide e continuano ad esserlo; le ho piantate solo questa primavera e hanno cominciato a fiorire quasi subito, e l'angolo riparato in cui si trovano è come se fosse riempito di tramonti imprigionati e perpetui. Arancio, rosa in ogni delicata sfumatura... che cosa saranno l'anno prossimo e negli anni successivi quando i cespugli diventeranno più grossi posso immaginarlo dal modo in cui si sono affacciate alla vita.
Elizabeth von Arnim, Il giardino di Elizabeth 


Le azalee sono fiori delicati e pieni di vita. Curarli nel tempo è seguire i loro passi, intuire i momenti che soffrono (quando sono troppo al sole, quando sono troppo o poco bagnate, quando hanno bisogno di terra o di nutrimento). 
Le mie vivono in vaso e sono quindi ancora più fragili, ma alcune sono entrate nella mia casa quando c'era mia mamma che le adorava. Gliele regalavo sempre una ogni primavera e oggi sono sopravvissute a lei e di lei mi parlano. 
Continuo a regalargliele ogni anno, non so perché, ma la tradizione continua. E' una delle poche abitudini che conservo nel mio cuore. Per il resto il mio mondo è sempre in cambiamento.

12/04/17

LA POESIA di Pablo Neruda


Accadde in quell'età... La poesia 
venne a cercarmi. Non so da dove 
sia uscita, da inverno o fiume. 
Non so come né quando, 
no, non erano voci, non erano 
parole né silenzio, 
ma da una strada mi chiamava, 
dai rami della notte, 
bruscamente fra gli altri, 
fra violente fiamme 
o ritornando solo, 
era lì senza volto 
e mi toccava. 
Non sapevo che dire, la mia bocca 
non sapeva nominare, 
i miei occhi erano ciechi, 
e qualcosa batteva nel mio cuore, 
febbre o ali perdute, 
e mi feci da solo, 
decifrando 
quella bruciatura, 
e scrissi la prima riga incerta, 
vaga, senza corpo, pura 
sciocchezza, 
pura saggezza 
di chi non sa nulla, 
e vidi all'improvviso 
il cielo 
sgranato 
e aperto, 
pianeti, 
piantagioni palpitanti, 
ombra ferita, 
crivellata 
da frecce, fuoco e fiori, 
la notte travolgente, l'universo. 
Ed io, minimo essere, 
ebbro del grande vuoto 
costellato, 
a somiglianza, a immagine 
del mistero, 
mi sentii parte pura 
dell'abisso, 
ruotai con le stelle, 
il mio cuore si sparpagliò nel vento.

Pablo Neruda, da La poesia, in Memoriale di Isla Negra (1964)

I cani sono persone con più pelo (Elliot Erwitt)



Facevo la mia solita passeggiata mattutina quando un cane e la sua padrona hanno attirato la mia attenzione. Il cane (presumibilmente un cucciolone di taglia medio-piccola) era in braccio alla padrona e si era arrampicato sulla sua spalla e, mentre lei con l’altra mano era impegnata a parlare al cellulare, lui (o lei, non so) gli tirava con i suoi dentini i capelli e poi glieli leccava con un certo accanimento. Una scena davvero divertente di ordinaria quotidianità.

I cani in questo ultimo periodo si sono moltiplicati, sono gli animali che più fanno compagnia all'uomo e quindi non c'è da stupirsi in un periodo in cui forse tutti ci sentiamo troppo soli. Io stessa li adoro anche se attualmente con me non ne vive nessuno. Mi limito a godermi quelli degli altri.

Mi sono venute in mente le fotografie di Elliot Erwitt di cani di diversa razza ritratti in situazioni strane e persino buffe. Fotografie davvero eccezionali e spesso divertenti,

La passione del grande fotografo per i cani trova le sue radici nella sua adolescenza
 La mia passione per i cani è esclusivamente di natura emotiva. L'idillio è iniziato verso la metà degli anni '40, quando ero un adolescente solitario e vivevo a Hollywood; adottai allora un bastardo male in arnese e piuttosto bruttino, ma straordinariamente intelligente e sensibile, affetto da cimurro all'ultimo stadio. Il buon vecchio Terry riuscì a guarire dopo le intense cure del veterinario locale intervenuto su mia insistenza, ma forse un colpo di grazia sarebbe stato più opportuno. Il suo aspetto peggiorò ulteriormente nel corso della convalescenza, ma la sua intelligenza e sensibilità si svilupparono.

e spesso, come confida lui stesso, scattava foto ai cagnolotti perché semplicemente gli piacevano. Scrive in Vita da cani:

Molti dei cani raffigurati mi avevano incuriosito per la sitazione insolita, altri erano riusciti particolarmente bene le fotografie dalla composizione impeccabile e altri ancora sembravano trascendere il loro fascino scontato e spontaneo per divenire allegoria della condizione umana.

Non mi vengono in mente altri animali più vicini a noi in termini di cuore, sentimento e lealtà. Alcuni pensano che gli elefanti ci assomiglino. Io li trovo troppo grandi, fieri e inaccessibili.


Erwitt ha raccolto nel suo archivio un numero enorme di scatti di cani e ne ha fatto dei libri.


Il fotografo scatta le sue foto ponendo il suo obiettivo ad altezza di cane, lasciando vedere solo le gambe e i piedi dei suoi accompagnatori. Non viene mai quasi mai inquadrato il volto dei padroni dei cani, ma ci si accorge che lo sguardo bonariamente ironico del fotografo non è diretto agli animali, ma all'uomo.


I cani, animali, infatti, fanno un po’ da specchio a chi li possiede e, essendo gli animali domestici per eccellenza, che più di tutti si adeguano allo stile di vita umano, metteno in evidenza in modo inconsapevole le  manie dell'uomo.

“Si tratta di reagire a ciò che si vede, senza preconcetti – afferma – si possono trovare immagini da fotografare ovunque, basta semplicemente notare le cose e la loro disposizione, interessarsi a ciò che ci circonda e occuparsi dell’umanità e della commedia umana”.
Bisogna per Elwitt “saper aspettare il momento giusto”, ma spesso occorre “provocare” il caso. Nella foto famosissima scattata nel 1983 a Parigi in cui si vede un Jackrussel sospeso da terra, mentre salta a fianco del suo accompagnatore, Erwitt ha dichiarato che “per far saltare il cane mi sono messo ad abbaiare!”

“Abbaio ai cani. Ecco perché il cagnolino, in una delle mie fotografie, è saltato. Una volta a Kyoto camminavo dietro ad una signora che portava a passeggio un cane dall'aspetto interessante. Solo per vedere cosa sarebbe successo, abbaiai. La signora tirò immediatamente un calcio al cane sconcertato. Si vede che abbaiavamo allo stesso modo”.
Altre volte l’unica soluzione è stata quella di armarsi di pazienza: “questo è fotografare: aspettare che le cose accadano”.


Questa foto è in linea con lo spirito umoristico di Erwitt: sui gradini della sua casa di New York, nel 2000, stanno seduti un vicino di casa del fotografo assieme ai suoi due piccoli bulldog. Erwitt coglie il momento in cui uno dei due cani si siede sopra al padrone, coprendogli la faccia e sostituendola col suo muso. Ne risulta quindi l'impressione di una figura unica con corpo di uomo e testa di cane. 
“I cani sono persone con più pelo, sono il più grande spettacolo del mondo. E non si paga nemmeno il biglietto”.

08/04/17

Preambolo alle istruzioni per ricaricare l'orologio

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria.
Non ti danno soltanto un orologio, tanti auguri e speriamo che ti duri perché è di buona marca, svizzero con un’ancora di rubini; non ti regalano solamente questo piccolo scalpellino che ti legherai al polso e che passeggerà insieme a te.
Ti regalano – non lo sanno, la cosa terribile è che non lo sanno –, ti regalano un nuovo pezzo di te stesso, un pezzo fragile e precario, qualcosa che è tuo ma non è il tuo corpo, che devi legarti al corpo con il cinturino come un braccio disperato appeso al polso.
Ti regalano la necessità di caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo perché continui a essere un orologio; ti regalano l’ossessione di aspettare l’ora esatta nelle vetrine delle gioiellerie, agli annunci radiofonici, al servizio telefonico.
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che cada a terra e si rompa. Ti regalano la sua marca, e la sicurezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a paragonare il tuo orologio con gli altri orologi.
Non ti regalano un orologio, sei tu il regalo, è te che regalano per il compleanno dell’orologio.
Mini-racconto tratto da Historias de Cronopios y de Famas di Julio Cortázar